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Capaci di resistere alla tentazione “Anthony” (che I Nuggets avrebbero ceduto nel corso dell’estate 2010 in cambio di Noah) i Bulls si sono messi nella direzione giusta investendo su giocatori solidi e capaci di compiere un’impresa a dir poco inattesa. Appena 6 mesi fa, quando prese vita il campionato 2010/11, i nomi più gettonati per  campioni della Eastern Conference 2011 erano quelli di Miami, Boston o eventualmente Orlando. Trascinati dal candidato MVP Derrick Rose, dal neo-acquisto Boozer (che preferiva Miami, ma ripiegò su Chicago in seguito all’arrivo di Bosh e James), dal grintoso Noah, dal veterano (nochè giocatore con alle spalle più anni trascorsi nei Bulls) Deng e dall’esperienza di Kurt Thomas e Brian Scalabrine, Chicago è tornata ai vertici della Eastern Conference rubando la scena a tutte le altre super potenze sopracitate. Era dai tempi di Jordan che allo United Center non vedevano una stagione cosi vincente.  Nei panni di “vittima sacrificale” ad affrontare i Tori  ci saranno gli Indiana Pacers. Franchigia alla ricerca di un nuovo gruppo su cui fare affidamento, dopo gli anni di Miller-O’Neal-Artest,  per il team Giallo-Blu è già un traguardo aver raggiunto la post-season. Danny Granger e Mike Dunleavy, come da copione, proveranno a trascinare il team con l’aiuto dei giovani che il prossimo anno avranno (finalmente) un punto positivo da cui proseguire la costruzione del nucleo principale della squadra.
Spodestati a quarti nella Conference per via della nascita di nuove super-potenze (Miami e Bulls) gli Orlando Magic vanteranno ancora il fattore campo in un match versione South-East Division che li metterà faccia a faccia con gli Hawks. Dopo la finale persa del 2009 e l’eliminazione alle porte delle finals 2010 (4-2 per mano dei Cetlcis) i Bianco-Blu si presentano con un nuovo assetto alla caccia al titolo: senza Carter, né Lewis, ma con il ritrovato Turkoglu e con l’acquisto di inizio campionato Gilbert Arenas. Sulla carta sono favoriti per il confronto con gli Hawks, ma dal secondo turno in poi non avranno più né il fattore campo e nemmeno l’ago della bilancia dalla loro parte. La speranza della dirigenza e dei tifosi, però, è quella di far più strada possibile perché un’altra sconfitta potrebbe portare Dwight Howard sulle orme di Carmelo Anthony (non a New York, ma nella scelta di chiedere la cessione). Come detto gli sfavoriti sono gli Hawks e lo sono per diversi motivi: non hanno il fattore campo a favore, hanno rivoluzionato il team a stagione in corso senza convincere troppo (partito Bibby ed il giovane Jordan Crawford – positivo a Washington – è arrivato Hinrich che solo a sprezzi ha dimostrato di essersi ambientato) e hanno chiuso l’annata con sei sconfitte filate. A “cantare e portare la croce” in versione processione ci sarà sempre Joe Johnson, ma basterà per arrivare fino in fondo?
La parte bassa del tabellone, sempre lato Eastern, mette i vice-campioni NBA di Boston contro il ritorno ai playoffs di New York. Su entrambe le squadre ci sono parecchi punti interrogativi. Secondo l’opinione di molti potrebbe essere l’ultima caccia al titolo davvero concreta per il trio Garnett-Pierce-Allen, ma a preoccupare non sono loro e tanto meno Rondo, piuttosto il settore lunghi. Partito Perkins (ceduto ai Thunder) i Celtics contano un settore lunghi dove tutti (a parte Glen Davis) si sono fermati per infortunio: Nenad Krstic, Troy Murphy, Jermaine O’Neal e Shaquille O’Neal. I primi tre, però, sono tornati in azione prima della fine del campionato mentre Shaq (atteso da tutti) ha sempre dato buca. A tenere fermo il Diesel (che avrebbe dovuto essere il centro titolare di tutto il campionato) sono dolori al tallone d’Achille nati a inizio Febbraio e mai finiti. Le sue condizioni fisiche sono un’incognita per tutti come lo è l’inserimento nel playbook di Doc Rivers.  In grado di chiudere con un record di 56-26 Boston si è confermato una buona squadra, ma l’assenza di un centro stabile sui cui fare affidamento in modo continuo (come era Perkins) a lungo andare potrebbe essere fatale ai Celtics. Come i Bianco-Verdi pure sui Bianco-Arancio ci sono tanti punti interrogativi. Nell’era Carmelo Anthony si sono vissuti due fasi: quella della crisi e quella del trionfo. L’innesto di ‘Melo ha rivoluzionato tutti i giochi di D’Antoni (non prevedevano l’isolamento) generando una serie di quasi 10 sconfitte consecutive e la nascita delle voci sul possibile addio di Mike e di Walsh (rispettivamente coach e presidente). L’ultima parte di campionato, però, ha ridato fiducia ai tifosi della Grande Mela:  con 7 vittorie e 3 sconfitte, infatti, il deficit è scomparso e sono stati superati i Philadelphia 76ers. Se sia stato solo un momento fortuito (a fine stagione tante squadra fanno riposare i propri campioni quindi vincere è più facile) oppure sei i Knicks abbiano davvero voltato pagina, è un quesito al quale solo i playoffs possono replicare ed il primo turno con i Celtics sarà un test più che approfondito per avere la riposta.
Chiudono come secondi della Eastern Conference (superando in volata i Celtics) i Miami Heat del trio stellare Bosh-James-Wade. Con tre nomi così il successo sulla carta dovrebbe essere garantito, ma in verità Miami ha vissuto momenti di alti e bassi confermati principalmente da due fattori: primo i tanti giocatori firmati e tagliati transitati per il Sud della Florida; secondo l’incapacità di trovare un quintetto base “stabile” sul quale fare affidamento. Del trio All-Star l’unico con alle spalle un anello è Wade, mentre James ha solo sfiorato il titolo (sconfitto 4-0 nelle Finals 2007) mentre Bosh non  è mai andato oltre il primo turno. Anche nel resto del roster, nonostante le tante addizioni, si registra un solo vincitore dell’anello (Haslem). Sino all’ipotetico confronto con i Bulls gli Heat avranno il fattore campo a favore e con il trio All-Star sul terreno di gioco anche in quel caso sarebbero i favoriti, tuttavia potrebbe essere necessario ancora un anno prima che la chimica di squadra di Miami produca risultati concreti. Ad affrontare gli Heat, un po’ come i Pacers in veste di “vittima sacrificale”, troviamo un team il cui ultimo accesso ai playoffs risale al 2008, ma che non registra un avanzamento al secondo turno dal 2003. Stiamo parlando dei Philadelphia 76ers, guidati da Coach Doug Collins, finalmente capaci di chiudere il capitolo Iverson in modo definitivo. Iguodala, uno dei veterani del team, ha trovato la giusta intesa con Elton Brand (prima stagione dove non viene criticato per il rapporto stipendio/rendimento), Louis Williams e Thaddes Young. Come i Pacers, ma nel loro caso forse ancora di più, essere arrivati alla post-season rappresenta un enorme traguardo sul quale gettare le fondamenta per migliorare un team che dal 2001 (finale persa contro i Lakers) sino ad oggi aveva  (per ragioni diverse) sempre e solo collezionato sconfitte.

Ai vertici della Western Conference troviamo un’altra sorpresa: i San Antonio Spurs. Seccamente eliminati dai Phoenix Suns un anno fa (4-0 nelle semi-finali di conference) nessuno avrebbe scommesso su di loro come miglior squadra della Western Conference. Invece Greg Popovich (in lista per l’ennesimo trofeo di coach of the year), contro ogni pronostico, ha rivisto l’assetto del proprio team dando un ruolo meno importante a Duncan in attacco (comunque sempre decisivo per l’equilibro del team) spostando maggiori responsabilità su Ginobili e sull’MVP della finale 2007 Tony Parker. Al mitico trio (in grado di vincere 3 anelli) si sono affiancati (ambientandosi nel migliore dei modi) George Hill,  Gary Neal e anche Richard Jefferson (finalmente entrato in sintonia con il gioco dei Texani). Per San Antonio, come nel caso dei Celtics, potrebbe essere l’ultimo “ballo” per la vittoria del titolo, ma se dovessero arrivare sino in fondo nessuno si stupirebbe dell’impresa. A doversela vedere con i Nero-Argento per il primo turno troviamo i Memphis Grizzlies capaci di afferrare un posto fra le migliori otto squadre della Western Conference ad inizio campionato e di non mollarlo più nonostante l’assenza del giocatore franchigia Rudy Gay. Con Zach Randolph da faro guida e Marc Gasol da centro gli Orsi del Tennessee cercheranno di tagliare un traguardo mai raggiunto dalla franchigia: una partita vinta nei playoffs. L’attuale record parla di 0-8 (due sconfitte nette 4-0 nel 2005 e 2006). San Antonio è un avversario difficile, ma la grinta dei Grizzlies potrebbe fruttare almeno una vittoria.
Dodici mesi fa qualificatosi a sorpresa, nel 2010/11, i Thunder hanno marciato dritto verso la post-season confermandosi uno di team più divertenti e vincenti della Lega. Nella lotta tra le grandi potenze (Lakers-Spurs-Mavs) i Thunder sono riusciti ad ottenere il quarto posto e a vincere il primo titolo della North-Wesst Division dagli anni d’oro dei Sonics di McMillan. Trascinati dal “solito” duo Durant-Westbrook i ragazzi di OKC hanno aggiunto un veterano come Perkins nel centro lasciando così più spazio a Harden dalla panchina (con la cessione di Green). Il primo turno dei giovani di OKC è particolarmente interessante perché li mette a confronto di un’altra squadra giovane ovvero i Denver Nuggets. Dilaniati dalla soap-opera Anthony, durata da Luglio a Febbraio,  le Pepite hanno completamente cambiato marcia quando Carmelo è stato ceduto a New York. Con Felton e Chandler da registi, l’Azzurro Gallinari nel ruolo di ala piccola i Nuggets sono tornati a vincere (ovviamente)  passando per i lunghi  Nene e Kenyon Martin, i realizzatori J.R. Smith  e Al Harrington e ovviamente grazie ai giochi di coach George Karl. Limitato dagli infortunio il Gallo ha comunque dimostrato un’immediata capacità di adattamento agli schemi del nuovo team. Sulla carta la sfida Thunder-Nuggets pare la più equilibrata della Western Conference.
In lotta testa a testa con i Lakers per il secondo posto i Dallas Mavericks, alla fine, si sono dovuti “accontentare” del terzo. Trascinati dal sempre magistrale Wunder Dirk i Mavs hanno vissuto un campionato 2010/11 cercando di allungare il roster ed oggi dispongono di una delle rotazioni più profonde della NBA. All’infortunio di Caron Butler, ad esempio, hanno risposto firmando i free-agent tagliati rispettivamente da Toronto e New York  Peja Stojakvic e  Corey Brewer. Nel reparto playmaker il titolare inamovibile è Jason Kidd con alle spalle Jose Juan Barea ed il sesto uomo dell’anno 2009 Jason “The Jet” Terry. Sempre dalla panchina si alza Shawn Marion una costante nell’attacco e nei rimbalzi dei Texani.  Sotto canestro, chiuso il capitolo Dampier, un redivivo Tyson Chandler potrebbe competere per il trofeo di giocatore più migliorato per continuità dopo gli alti e bassi vissuti a New Orelans. Come ogni anno l’obiettivo del team targato “Big D” è quello di vincere il titolo e la loro corsa si aprirà con i Portland Trail Blazers. I ragazzi dell’Oregon alle dipendenze di coach McMillan si sono qualificati nello stesso spot ottenuto 12 mesi fa: il sesto piazzamento. Se di primo acchito il dato pare un “blocco” nella crescita del team, l’ipotesi viene spazzata via dando un’occhiata alla stagione 2010/11 dei Blazers. Martellati dagli infortuni a giocatori chiave (operato Brandon Roy e fuori per tutta la stagione Camby e Oden) i Rosso-Neri hanno trovato in LaMarcus Aldrdige, Rudy Fernandez e nei giovani Nicolas Batum e Wesley Matthews gli uomini giusti per mantenersi sempre oltre il 50% nel record vittorie/sconfitte in salda zona playoffs. L’aggiunta di fine campionato, Gerald Wallace, rende Portland ancora più competitiva.
L’ultimo confronto del primo turno della Western Conference mette faccia a faccia Lakers e Hornets. L’obiettivo dei due volte campioni NBA è quello di ripetersi diventando cosi la prima squadra dal 2002 a tagliare il traguardo del three-peat (fra l’altro il record appartiene a loro con i titoli vinti nel 2000-2001-2002). Il quintetto base è rimasto immutato per i Lakers con Bryant e Fisher alla ricerca del sesto titolo NBA, Bynum e Gasol del terzo e Artest del secondo. Odom dalla panchina (potenziale sesto uomo dell’anno) vanta due titoli è dà il suo solido contributo come fanno Luke Walton, Shannon Brown e le nuove addizioni Steve Blake e Matt Barnes. Con Phil Jackson in panchina i Lakers hanno pochi rivali a livello di veterani capaci di vincere il titolo. Il problema maggiore, però, potrebbe essere la voglia di arrivare fino in fondo ed un fattore campo non a favore per tutti i turni (in caso di scontro con San Antonio e Chicago non ci sarebbe). Ultima “vittima sacrificale” del 2011 sembrano destinati ad essere gli Hornets di Belinelli e Chris Paul. Nonostante la guida di CP3 battere i Lakers per NOLA pare un’impresa impossibile perché meno di un mese fa gli Hornets hanno perso il miglior lungo (nonché collega ideale di Paul) David West.  Ariza, che con I Lakers vinse il titolo nel 2009, cercherà di dare i consigli giusti a Okafor, Green, Landry e Belinelli, ma sorpassare il primo turno per New Orleans si preannuncia impossibile.Come al solito, anche per questi Playoffs edizione 2011, la parola d'ordine e' sempre la stessa:
Enjoy The Game!